Checché ne dica don Mario, la mia osservazione delle donne che la domenica si incontrano nel passaggio dalla chiesa alla piazza e viceversa, è più fortuita che attenta. Sappiamo tutti benissimo che con la bella stagione, grazie anche alla moda e al clima mite, gli indumenti femminili, quelli per così dire esterni come quelli più intimi, si fanno leggeri e trasparenti, è notorio. Ma su queste trasparenze, non mi pare proprio, parola mia, di elaborare tutte quelle astruse speculazioni solitarie che questo sacerdote, peraltro zelante e specchiatissimo, è solito attribuirmi, certo per qualche occulta ragione tutta sua, che al momento mi sfugge.
Non è un segreto, del resto, che la signora Cesira Righi, nipote del notaio, vada alla Messa delle undici quando io, per mia autonoma scelta e sacrosanta comodità di orario, seguo quasi sempre la Funzione delle dieci (e su questa circostanza che chiamerei meramente cronologica vorrei proprio vedere se qualcuno ha da ridire). Perciò non è raro che mi imbatta in lei, che percorre con tacchi decisi il vasto spiazzo antistante e si avvia al tempio proprio quando io ne esco. Poiché a quell’ora il sole batte proprio contro il sagrato, non si può certo escludere che l’effetto del controluce e dei chiaroscuri, ne esalti – certo a sua insaputa – le turgide femminilità con definizione pressoché fotografica, prima che, con mossa svelta e insieme pia, lei ricopra l’intera figura di un lungo scialle scuro, per fare infine il suo ufficiale ingresso nella navata centrale. Nel passarle accanto, investito per qualche attimo di effluvi, fruscii e altre amabili propagazioni della persona, abbasso gli occhi mormorando con deferenza qualcosa come “ossequi allo zio”. Lei accenna un debole sorriso e procede.
Devo aggiungere, in tutta onestà, che mi è dato talvolta d’incontrare Cesira anche in circostanze e spazi più profani, come ai tavolini del Gran Caffè Odeon, che come tutti sanno, è di gran lunga il meglio frequentato della città. Una volta, anzi - eravamo in fondo al locale, nel grande angolo di fronte alla specchiera, proprio accanto al carrello delle paste - abbiamo anche scambiato alcune osservazioni sul tempo e la politica. C’erano il commendator Piazza, che da qualche anno è vedovo, l’onorevole Ruffini con la signora e il mio amico Luigi. Purtroppo Luigi ama farsi bello con le donne con discorsi che ritiene audaci ma a me sembrano soltanto scollacciati e vacui. Come avrete già capito, è uno di quelli che con la scusa del calore umano si fanno sempre i fatti degli altri; e tuttavia, col favore del porto e la benevolenza degli astanti, può talvolta riscuotere qualche consenso.
Quel giorno naturalmente imperversava alla sua maniera, con grevi allusioni e calembour facili. Il commendatore ridacchiava, l’onorevole e la moglie gli davano spago: e lui, così incoraggiato, cominciò comicamente a mimare una parodia di corteggiamento per la signora Righi. Quale non era il mio disagio, per tanta intempestiva goffaggine! Di certo, pensavo, Cesira Righi, donna di stile altero e portamento aristocratico, non avrebbe affatto gradito la penosa pantomima, e tantomeno i relativi sottintesi a sfondo sessuale, ben lontani dagli eccelsi valori estetici da lei senza dubbio coltivati. Questo almeno pensavo fino a quel giorno, ma il mio malessere si fece raccapriccio non appena Cesira mostrò invece di apprezzare gli scherzi e i rozzi doppi sensi di Luigi, e anzi, con giubilo e ilarità di tutti, vi si associò subito con rumoroso entusiasmo e risate alquanto carnali per non dire sguaiate. Santi Numi! Dall’episodio, di cui a don Mario non ho nemmeno fatto parola, trassi nuovi spunti di pessimismo sui tempi che viviamo, nonché ulteriori elementi di diffidenza sulle donne di oggi. Mentre Luigi, per mia disgrazia, da quel giorno rincara i sarcasmi a mio danno; ma poi ogni tanto aggiunge, seriamente, che forse alla Cesira io potrei anche non dispiacere, e anzi senza questa mia aria da sagrestano, così si esprime, “probabilmente me la sarei già fatta”.
Per la verità questo discorso del farsi o non farsi la Cesira non mi sembra davvero il punto centrale. Immagino che il vero amore, lontano da ogni materiale bassezza, si realizzi come incontro con un’ anima eletta, come quella della celestiale signora Righi, quale almeno mi appariva prima dell’incontro al Caffè Odeon. Ma anche quell’imbarazzante episodio, con qualche buona volontà, ritengo si possa ricondurre in via prevalente se non esclusiva alla sanguigna volgarità di Luigi, che la sventurata, in fondo, potrebbe aver semplicemente assecondato, per non dire subìto, senza partecipazione attiva, perciò senza sua grave colpa. Del resto Cesira, in quanto donna, è portatrice di valori che trascendono di gran lunga i suoi limiti di individuo.
Quanto ai reiterati richiami di don Mario circa le mie unilaterali rielaborazioni dell’immagine di lei e relative sovrastrutture, non si può negare che la nitida ombra di quel pube, visto in controluce proprio sulla soglia della chiesa, realizzi una commistione invero inquietante di sacro e profano. Ma tutto questo, al di là di qualche mio episodico turbamento del tutto privato, del resto privatamente risolto nei modi che don Mario non approva ma assolve, tende comunque a ricomporsi con perfetta armonia nel concetto mariano della sacralità del Grembo, armonicamente incorniciato in questo caso dal perfetto arcone del portale. E come non cogliere, nei raggi che filtrano tra le gambe di lei, attraverso le finissime trame dalla gonna, un qualche fulgido segno di quella Luce Superiore che tutto redime e trasfigura?
Il dottor Meneghini, che è farmacista, ma anche neurologo e un po’ psicanalista, e qui in città è alquanto autorevole e ascoltato- meno male che i suoi l’hanno fatto studiare- mi fa spesso complicati discorsi su mia madre. Secondo lui le donne mi fanno paura. Non credo sia vero. Ma penso a quando si andò tutti in comitiva a fare le cose sporche con Mary la Zozza, dietro il muro del cimitero, e ricordo i suoi seni bianchi, puntati dritti contro di me come un rimprovero. Il mio panico, e quel mio inerte mozzicone che non voleva prender forma né vita.
Questo medico dice anche che non è poi così grave, ma forse un po’ di psicanalisi mi farebbe bene. Ma l’analisi costa un occhio, e poi non vedo proprio cosa ci sia da analizzare. Allora, suggerisce sempre Meneghini, da tempo esistono farmaci che aumentano il desiderio e la potenza virile, facilitando i rapporti sessuali. Mi rifiuto di credere che il problema sia quello. Se l’ineffabile vicenda dell’incontro maschio-femmina, evento squisitamente spirituale, non deve o non può realizzarsi, non sarà certo l’azione banalmente chimica di una compressa a mutare il corso provvidenziale dei rispettivi destini. Vero è che anche lo spirito, nel suo vitale slancio, può trovare nella tecnologia un suo accidentale supporto (e l’accidente, si sa, non è sostanza). Lo stesso don Mario, con tutti i suoi voti di castità, arriva ingegnosamente a distinguere gli strumenti usati contro il concepimento, che inibiscono il corso fisiologico della natura, da rimedi come il farmaco in questione, che tenderebbero piuttosto a favorirlo.
Ora questa distinzione di don Mario mi fa riflettere non poco, certo più delle tante filippiche del dottor Meneghini su quella che lui chiama impotenza, che a me pare una parola grossa se non grossolana, nel senso che riduce tutto, in modo alquanto meschino, a una prosaica questione quantitativa di centimetri, tanto per non scendere in quel genere di particolari di cui amerebbe bearsi un tipo come Luigi.
Lo stesso don Mario arricchisce il ragionamento di concetti devo dire teologicamente ben connessi e articolati, anzi ineccepibili, osservando che, se da un lato è raccomandabile il massimo di cautela nei rapporti prematrimoniali, dall’altro una legittima soddisfazione fisica e un miglior equilibrio tra anima e corpo non possono che andare a maggior gloria del Creatore. E questa osservazione, ancorché ardita, mi pare davvero il passaggio-chiave di tutto il ragionamento.
Insomma, a farla breve mi sono convinto (lo stesso Luigi, a modo suo, mi ha aiutato a decidermi, usando vocaboli che certo non starò qui a riferire). Così proprio nella Farmacia Meneghini ho finito per acquistare una confezione di quel preparato. Uno di questi giorni, ormai è deciso, mi deciderò a invitare Cesira Righi a cena. E un’ora prima, non si sa mai, assumerò il farmaco, dei cui effetti, col favore delle circostanze, potrei trovarmi a beneficiare.
Mentre mi avvio verso casa ho in tasca il flacone: pesante, corposo. Davanti al caffè Odeon incontro Luigi, che salutandomi mi chiede dove vado mai con passo così pimpante e baldanzoso. Mi guardo bene dal parlargli del mio acquisto: secondo lui, avvicinarsi alle donne con questo tipo di supporti, chimici o meccanici che siano, è un po’ come cantare con il playback. Ora Luigi sorride e ammicca, osservando che l’aria del playboy non ce l’avrò mai, ma quella da sagrestano mi è quasi passata (e invero mi sono sempre sfuggite le ragioni di tanta ostilità, o meglio si direbbe prevenzione, da parte del mio amico, verso una categoria che dà un contributo tanto degno, ancorché anonimo e umile, alla vita di una comunità parrocchiale).
Ma ecco, proprio all’altezza dell’incrocio con via Turati, echeggiare alla mia destra i tacchi decisi che ben conosco. Santi Numi! E’ proprio Cesira, che sorride e saluta. Sarà che stavolta mi sembra meno angelica e più terrestre, rispetto alle consuete apparizioni domenicali; sarà che le solide consistenze che sento in tasca mi rendono inspiegabilmente temerario, insomma a farla breve le dico tutto d’un fiato che la trovo sempre più bella, e riesco a farlo senza impappinarmi, con il tono di voce più deciso e laico di cui sono capace. Lei sembra stupita e felicemente confusa, come confermano il rossore e l’onda affannosa del petto. Nella gioia del turbamento mi ringrazia, aggiungendo con falsa disinvoltura che, ogni tanto, perché no, sarebbe anche simpatico frequentarci, proprio per il piacere di vederci, in senso buono, naturalmente. Ma certo, convengo subito, e allora perché non martedì sera, ché dal Cacciatore in piazza Sturzo, proprio dietro le Poste, fanno una polenta speciale? Volentieri, risponde lei tutta allegra. A Dio piacendo, è fatta!
La mattina di martedì, vidi nell’aria limpida e nell’orizzonte sereno i primi segni propizi della giornata. Nella mia stanza, il lume del comodino conferiva una luce che si sarebbe detta votiva al ritratto incorniciato di Cesira. D’altronde l’attesa accresceva congetture e dubbi, relativi per così dire all’accessibilità fisica di questa donna, nonché alla legittimità delle mie intenzioni. Tutto ciò alimentava in me una un’ansietà insopportabile, ad onta dell’atteggiamento di lei, che ricordavo affabile e incoraggiante. Ma se poi, assunta finalmente la decisione nelle mie sfere per così dire superiori, grazie anche all’avallo teologico di Don Luigi e a quello tecnico del dottor Meneghini, le mie parti basse, nonostante tante benedizioni e supporti , non si fossero rivelate all’altezza di una tale opzione? L’episodio del Caffè Odeon, per le ragioni che ho detto, poteva dirsi in pratica archiviato, o comunque superato per via di sublimazione. Perciò nel caso opposto, dando cioè per scontato un felice esito almeno in senso per così dire funzionale e meccanico, ero proprio certo di voler contaminare quella figura femminile nella sua sostanziale integrità? Dovevo desiderare davvero di accedere a quel Supremo Tabernacolo, più ambìto, oso sperare, che frequentato?
Viceversa poi, dovevo anche mettere nel conto l’eventualità di un rifiuto. Che significava, infatti, il piacere di vederci “in senso buono”? Infine, la circostanza che da un semplice farmaco potesse dipendere la vicinanza o la lontananza non solo fisica di una tale creatura, mortificando nella sua oggettiva e cruda relatività ogni istanza di assoluto, accresceva in me un penoso senso di precarietà.
L’appuntamento era per le otto di sera. Nel pomeriggio, attorno alle sei e mezzo, nel pieno del mio confuso tumulto, decisi di assumere il farmaco, e ingoiai la pillola con due dita d’acqua. A quel punto, pensai con sollievo, non avrei più potuto tornare sui miei passi. Dunque almeno un’incertezza veniva eliminata! Trascorso qualche minuto, mentre allo specchio verificavo quanto di clericale potesse esser sopravvissuto nella mia immagine dopo una mossa tanto edonistica , cominciai ad avvertire per tutto il corpo un violento formicolio di pruriti, accompagnati da un senso di intossicazione e nausea. Telefonai subito al dottor Meneghini. Il medico si disse sorpreso, e mi spiegò trattarsi di un’allergia molto rara – un caso su mille – ma pur sempre possibile, tra le tante controindicazioni teoricamente previste per quel tipo di prodotti. “Niente di grave, comunque: tutto passerà in un paio di giorni. Ma si scordi quelle pillole. Anzi, meglio ancora: butti via il flacone!”
Subito dopo chiamai Cesira, scusandomi con adeguata costernazione per un certo imprevedibile contrattempo familiare. “Ho capito”, ha risposto lei in tono amarissimo. Grattandomi con furia per ore e ore in tutto il corpo, mi chiesi ripetutamente se l’evento non configurasse qualche forma di Giusto Castigo dall’alto, o non rientrasse più correttamente nel concetto di Provvida Sventura. Conclusi che un’eventualità non escludeva l’altra.
Domenica l’ho rivista davanti alla chiesa. Le ho detto: “I miei omaggi al signor Notaio.” “Presenterò”, ha mormorato lei con occhi bassi.
Non è un segreto, del resto, che la signora Cesira Righi, nipote del notaio, vada alla Messa delle undici quando io, per mia autonoma scelta e sacrosanta comodità di orario, seguo quasi sempre la Funzione delle dieci (e su questa circostanza che chiamerei meramente cronologica vorrei proprio vedere se qualcuno ha da ridire). Perciò non è raro che mi imbatta in lei, che percorre con tacchi decisi il vasto spiazzo antistante e si avvia al tempio proprio quando io ne esco. Poiché a quell’ora il sole batte proprio contro il sagrato, non si può certo escludere che l’effetto del controluce e dei chiaroscuri, ne esalti – certo a sua insaputa – le turgide femminilità con definizione pressoché fotografica, prima che, con mossa svelta e insieme pia, lei ricopra l’intera figura di un lungo scialle scuro, per fare infine il suo ufficiale ingresso nella navata centrale. Nel passarle accanto, investito per qualche attimo di effluvi, fruscii e altre amabili propagazioni della persona, abbasso gli occhi mormorando con deferenza qualcosa come “ossequi allo zio”. Lei accenna un debole sorriso e procede.
Devo aggiungere, in tutta onestà, che mi è dato talvolta d’incontrare Cesira anche in circostanze e spazi più profani, come ai tavolini del Gran Caffè Odeon, che come tutti sanno, è di gran lunga il meglio frequentato della città. Una volta, anzi - eravamo in fondo al locale, nel grande angolo di fronte alla specchiera, proprio accanto al carrello delle paste - abbiamo anche scambiato alcune osservazioni sul tempo e la politica. C’erano il commendator Piazza, che da qualche anno è vedovo, l’onorevole Ruffini con la signora e il mio amico Luigi. Purtroppo Luigi ama farsi bello con le donne con discorsi che ritiene audaci ma a me sembrano soltanto scollacciati e vacui. Come avrete già capito, è uno di quelli che con la scusa del calore umano si fanno sempre i fatti degli altri; e tuttavia, col favore del porto e la benevolenza degli astanti, può talvolta riscuotere qualche consenso.
Quel giorno naturalmente imperversava alla sua maniera, con grevi allusioni e calembour facili. Il commendatore ridacchiava, l’onorevole e la moglie gli davano spago: e lui, così incoraggiato, cominciò comicamente a mimare una parodia di corteggiamento per la signora Righi. Quale non era il mio disagio, per tanta intempestiva goffaggine! Di certo, pensavo, Cesira Righi, donna di stile altero e portamento aristocratico, non avrebbe affatto gradito la penosa pantomima, e tantomeno i relativi sottintesi a sfondo sessuale, ben lontani dagli eccelsi valori estetici da lei senza dubbio coltivati. Questo almeno pensavo fino a quel giorno, ma il mio malessere si fece raccapriccio non appena Cesira mostrò invece di apprezzare gli scherzi e i rozzi doppi sensi di Luigi, e anzi, con giubilo e ilarità di tutti, vi si associò subito con rumoroso entusiasmo e risate alquanto carnali per non dire sguaiate. Santi Numi! Dall’episodio, di cui a don Mario non ho nemmeno fatto parola, trassi nuovi spunti di pessimismo sui tempi che viviamo, nonché ulteriori elementi di diffidenza sulle donne di oggi. Mentre Luigi, per mia disgrazia, da quel giorno rincara i sarcasmi a mio danno; ma poi ogni tanto aggiunge, seriamente, che forse alla Cesira io potrei anche non dispiacere, e anzi senza questa mia aria da sagrestano, così si esprime, “probabilmente me la sarei già fatta”.
Per la verità questo discorso del farsi o non farsi la Cesira non mi sembra davvero il punto centrale. Immagino che il vero amore, lontano da ogni materiale bassezza, si realizzi come incontro con un’ anima eletta, come quella della celestiale signora Righi, quale almeno mi appariva prima dell’incontro al Caffè Odeon. Ma anche quell’imbarazzante episodio, con qualche buona volontà, ritengo si possa ricondurre in via prevalente se non esclusiva alla sanguigna volgarità di Luigi, che la sventurata, in fondo, potrebbe aver semplicemente assecondato, per non dire subìto, senza partecipazione attiva, perciò senza sua grave colpa. Del resto Cesira, in quanto donna, è portatrice di valori che trascendono di gran lunga i suoi limiti di individuo.
Quanto ai reiterati richiami di don Mario circa le mie unilaterali rielaborazioni dell’immagine di lei e relative sovrastrutture, non si può negare che la nitida ombra di quel pube, visto in controluce proprio sulla soglia della chiesa, realizzi una commistione invero inquietante di sacro e profano. Ma tutto questo, al di là di qualche mio episodico turbamento del tutto privato, del resto privatamente risolto nei modi che don Mario non approva ma assolve, tende comunque a ricomporsi con perfetta armonia nel concetto mariano della sacralità del Grembo, armonicamente incorniciato in questo caso dal perfetto arcone del portale. E come non cogliere, nei raggi che filtrano tra le gambe di lei, attraverso le finissime trame dalla gonna, un qualche fulgido segno di quella Luce Superiore che tutto redime e trasfigura?
Il dottor Meneghini, che è farmacista, ma anche neurologo e un po’ psicanalista, e qui in città è alquanto autorevole e ascoltato- meno male che i suoi l’hanno fatto studiare- mi fa spesso complicati discorsi su mia madre. Secondo lui le donne mi fanno paura. Non credo sia vero. Ma penso a quando si andò tutti in comitiva a fare le cose sporche con Mary la Zozza, dietro il muro del cimitero, e ricordo i suoi seni bianchi, puntati dritti contro di me come un rimprovero. Il mio panico, e quel mio inerte mozzicone che non voleva prender forma né vita.
Questo medico dice anche che non è poi così grave, ma forse un po’ di psicanalisi mi farebbe bene. Ma l’analisi costa un occhio, e poi non vedo proprio cosa ci sia da analizzare. Allora, suggerisce sempre Meneghini, da tempo esistono farmaci che aumentano il desiderio e la potenza virile, facilitando i rapporti sessuali. Mi rifiuto di credere che il problema sia quello. Se l’ineffabile vicenda dell’incontro maschio-femmina, evento squisitamente spirituale, non deve o non può realizzarsi, non sarà certo l’azione banalmente chimica di una compressa a mutare il corso provvidenziale dei rispettivi destini. Vero è che anche lo spirito, nel suo vitale slancio, può trovare nella tecnologia un suo accidentale supporto (e l’accidente, si sa, non è sostanza). Lo stesso don Mario, con tutti i suoi voti di castità, arriva ingegnosamente a distinguere gli strumenti usati contro il concepimento, che inibiscono il corso fisiologico della natura, da rimedi come il farmaco in questione, che tenderebbero piuttosto a favorirlo.
Ora questa distinzione di don Mario mi fa riflettere non poco, certo più delle tante filippiche del dottor Meneghini su quella che lui chiama impotenza, che a me pare una parola grossa se non grossolana, nel senso che riduce tutto, in modo alquanto meschino, a una prosaica questione quantitativa di centimetri, tanto per non scendere in quel genere di particolari di cui amerebbe bearsi un tipo come Luigi.
Lo stesso don Mario arricchisce il ragionamento di concetti devo dire teologicamente ben connessi e articolati, anzi ineccepibili, osservando che, se da un lato è raccomandabile il massimo di cautela nei rapporti prematrimoniali, dall’altro una legittima soddisfazione fisica e un miglior equilibrio tra anima e corpo non possono che andare a maggior gloria del Creatore. E questa osservazione, ancorché ardita, mi pare davvero il passaggio-chiave di tutto il ragionamento.
Insomma, a farla breve mi sono convinto (lo stesso Luigi, a modo suo, mi ha aiutato a decidermi, usando vocaboli che certo non starò qui a riferire). Così proprio nella Farmacia Meneghini ho finito per acquistare una confezione di quel preparato. Uno di questi giorni, ormai è deciso, mi deciderò a invitare Cesira Righi a cena. E un’ora prima, non si sa mai, assumerò il farmaco, dei cui effetti, col favore delle circostanze, potrei trovarmi a beneficiare.
Mentre mi avvio verso casa ho in tasca il flacone: pesante, corposo. Davanti al caffè Odeon incontro Luigi, che salutandomi mi chiede dove vado mai con passo così pimpante e baldanzoso. Mi guardo bene dal parlargli del mio acquisto: secondo lui, avvicinarsi alle donne con questo tipo di supporti, chimici o meccanici che siano, è un po’ come cantare con il playback. Ora Luigi sorride e ammicca, osservando che l’aria del playboy non ce l’avrò mai, ma quella da sagrestano mi è quasi passata (e invero mi sono sempre sfuggite le ragioni di tanta ostilità, o meglio si direbbe prevenzione, da parte del mio amico, verso una categoria che dà un contributo tanto degno, ancorché anonimo e umile, alla vita di una comunità parrocchiale).
Ma ecco, proprio all’altezza dell’incrocio con via Turati, echeggiare alla mia destra i tacchi decisi che ben conosco. Santi Numi! E’ proprio Cesira, che sorride e saluta. Sarà che stavolta mi sembra meno angelica e più terrestre, rispetto alle consuete apparizioni domenicali; sarà che le solide consistenze che sento in tasca mi rendono inspiegabilmente temerario, insomma a farla breve le dico tutto d’un fiato che la trovo sempre più bella, e riesco a farlo senza impappinarmi, con il tono di voce più deciso e laico di cui sono capace. Lei sembra stupita e felicemente confusa, come confermano il rossore e l’onda affannosa del petto. Nella gioia del turbamento mi ringrazia, aggiungendo con falsa disinvoltura che, ogni tanto, perché no, sarebbe anche simpatico frequentarci, proprio per il piacere di vederci, in senso buono, naturalmente. Ma certo, convengo subito, e allora perché non martedì sera, ché dal Cacciatore in piazza Sturzo, proprio dietro le Poste, fanno una polenta speciale? Volentieri, risponde lei tutta allegra. A Dio piacendo, è fatta!
La mattina di martedì, vidi nell’aria limpida e nell’orizzonte sereno i primi segni propizi della giornata. Nella mia stanza, il lume del comodino conferiva una luce che si sarebbe detta votiva al ritratto incorniciato di Cesira. D’altronde l’attesa accresceva congetture e dubbi, relativi per così dire all’accessibilità fisica di questa donna, nonché alla legittimità delle mie intenzioni. Tutto ciò alimentava in me una un’ansietà insopportabile, ad onta dell’atteggiamento di lei, che ricordavo affabile e incoraggiante. Ma se poi, assunta finalmente la decisione nelle mie sfere per così dire superiori, grazie anche all’avallo teologico di Don Luigi e a quello tecnico del dottor Meneghini, le mie parti basse, nonostante tante benedizioni e supporti , non si fossero rivelate all’altezza di una tale opzione? L’episodio del Caffè Odeon, per le ragioni che ho detto, poteva dirsi in pratica archiviato, o comunque superato per via di sublimazione. Perciò nel caso opposto, dando cioè per scontato un felice esito almeno in senso per così dire funzionale e meccanico, ero proprio certo di voler contaminare quella figura femminile nella sua sostanziale integrità? Dovevo desiderare davvero di accedere a quel Supremo Tabernacolo, più ambìto, oso sperare, che frequentato?
Viceversa poi, dovevo anche mettere nel conto l’eventualità di un rifiuto. Che significava, infatti, il piacere di vederci “in senso buono”? Infine, la circostanza che da un semplice farmaco potesse dipendere la vicinanza o la lontananza non solo fisica di una tale creatura, mortificando nella sua oggettiva e cruda relatività ogni istanza di assoluto, accresceva in me un penoso senso di precarietà.
L’appuntamento era per le otto di sera. Nel pomeriggio, attorno alle sei e mezzo, nel pieno del mio confuso tumulto, decisi di assumere il farmaco, e ingoiai la pillola con due dita d’acqua. A quel punto, pensai con sollievo, non avrei più potuto tornare sui miei passi. Dunque almeno un’incertezza veniva eliminata! Trascorso qualche minuto, mentre allo specchio verificavo quanto di clericale potesse esser sopravvissuto nella mia immagine dopo una mossa tanto edonistica , cominciai ad avvertire per tutto il corpo un violento formicolio di pruriti, accompagnati da un senso di intossicazione e nausea. Telefonai subito al dottor Meneghini. Il medico si disse sorpreso, e mi spiegò trattarsi di un’allergia molto rara – un caso su mille – ma pur sempre possibile, tra le tante controindicazioni teoricamente previste per quel tipo di prodotti. “Niente di grave, comunque: tutto passerà in un paio di giorni. Ma si scordi quelle pillole. Anzi, meglio ancora: butti via il flacone!”
Subito dopo chiamai Cesira, scusandomi con adeguata costernazione per un certo imprevedibile contrattempo familiare. “Ho capito”, ha risposto lei in tono amarissimo. Grattandomi con furia per ore e ore in tutto il corpo, mi chiesi ripetutamente se l’evento non configurasse qualche forma di Giusto Castigo dall’alto, o non rientrasse più correttamente nel concetto di Provvida Sventura. Conclusi che un’eventualità non escludeva l’altra.
Domenica l’ho rivista davanti alla chiesa. Le ho detto: “I miei omaggi al signor Notaio.” “Presenterò”, ha mormorato lei con occhi bassi.