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giovedì 22 gennaio 2009

Oh PM, I love you so

Chiunque nutra una certa dose di autostima o narcisismo, trovandosi coinvolto in un processo come imputato (a me è accaduto), con tutta probabilità si sentirà più gratificato dall’accusa che dal proprio difensore. Quest’ultimo è pagato proprio per conoscere e coprire ogni sorta di magagne, e dovrà informarsi soprattutto degli aspetti meno nobili di ogni situazione. Se è bravo, il suo assistito riuscirà a cavarsela, ma è improbabile che l’immagine ne esca illesa.
Ogni buon difensore generalmente si impegna a fondo per presentare circostanze ed eventi come fortuiti e contingenti, privi di ogni nesso organico. Come in un film di Antonioni, ove può succedere di tutto, tranne un collegamento di causa – effetto tra un evento e l’altro. Semmai sarà stata l’ineluttabile corso degli eventi a sovrastare ogni potere decisionale nel cliente, vittima sprovveduta del destino o dell’altrui malizia. E le valutazioni si faranno più impietose ogni volta che sia in discussione la stessa capacità d’intendere.
L’Ispettore Clouseau è notoriamente una frana. Nel film più bello, la Pantera Rosa, paga stupidamente per i delitti altrui. Ma quando le guardie lo ammanettano, convinte di arrestare il Genio del Male, ha nello sguardo un lampo di compiacimento. Viene in mente il caso di quel delitto tanto perfetto che nessuno l’aveva notato: fu scoperto quando l’autore, che ormai non stava più nella pelle, aveva cominciato a vantarsene. Anche i rei hanno un legittimo amor proprio, che non va sottovalutato.
Ben diversa è la prospettiva dell’accusa. Nelle ricostruzioni del Pubblico Ministero tutto è organico e compiuto: il progetto criminoso, gli strumenti idonei, le circostanze propizie e finalmente il trionfale esito doloso. Non c’è spazio per casualità o relativismi. In un congegno come il processo penale, che parrebbe concepito per mortificare nell’imputato ogni comprensibile amor proprio, tra un giudice ancora ignaro e una difesa impegnata soprattutto a minimizzare, il PM, in fondo, è l’unico a prendere le cose un po’ sul serio. Con i processi televisivi in voga fino a pochi anni fa, al vittimistico esibizionismo dell’imputato si offriranno anzi inediti spazi e opportunità (“Complimenti per la trasmissione: ma, vi prego, un aiutino!!”).
Filosoficamente, l’accusa è razionalista, la difesa scettica: “come avrebbe potuto, il povero sprovveduto, conoscere, immaginare e infine attuare … Ma guardatelo!” Nell’impostazione dell’accusa, tutto è invece calcolato e conseguente. Cartesio contro i Sofisti. Ne scaturisce un quadro più lusinghiero per l’imputato, personaggio corposo e perfettamente padrone delle proprie scelte, e di ogni loro prevedibile effetto. “Quest’uomo, al di là dei modi goffi e scalcinati – certo frutto di subdola e raffinata simulazione – ha attuato con implacabile determinazione un disegno freddo e geniale”. Per l’Io è un vero trionfo: galera garantita, ma che figurone! L’imputato, che ormai de iure possiamo tranquillamente definire reo, ne esce comunque gratificato, e presto, in altri locali, potrà sentirsi “bello dentro”.