Tu, Biella e Superga,
voltandomi le terga
piantasti
quasi un Cuneo nel mio cuore:
che rancore
e quanti Asti.
Ancora ieri
tu che nulla concedi e tutto Chieri
e sempre neghi e menti
ti Stupinigi della Pianezza dei miei sentimenti.
Mi piantasti così come un paletto,
come un dritto Pino Torinese,
poi negletto:
piangevo, affranto Salice,
mille amari Rivoli, Poerino:
colmo era il calice.
Che Valenza ha mai un amore a Torino:
Lingotto, o Nichelino?
Almeno un cenno, un gesto
Per poco che mi Giovi:
nulla. Per te, del resto,
fra tanti, vecchi e Novi,
si sa che ero già il sesto:
e presto, ingrata,
a un Settimo Torinese ti saresti data,
che io mi fermi O vada.
E allora via dalla lunga strada
dei tuoi livori in corso:
eccomi adesso qua, d’Almese scorso,
uscito dalla Porta Nuova
del tuo bel Palazzo di Città.
Con fatica andrò lontano,
per un’Arcuata via, per Vallette o Sulpiano,
verso ignoti paesi
purché piemontesi.
Troverò poi il sentiero,
passerò un Bosconero
di foreste e parchi
lasciandovi un segno
aprendomi varchi
col metallo e Collegno.
Per tornar, bene o male,
ai quatto Murazzi del mio Casale
e coltivare in rima
in vena un po’ sarcastica
questa toponomastica
comunque cisalpina.
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